Nel lessico sociologico, la distinzione tra comunità e società ha rappresentato una chiave per leggere le trasformazioni della modernità. Oggi, in un’Italia attraversata da spopolamento, disuguaglianze territoriali, crisi produttiva ed erosione del legame sociale, quella distinzione torna ad essere fertile se riconsiderata alla luce dei processi di ripopolamento vocazionale e delle pratiche di sviluppo “per le persone-nei-luoghi”.
Le “comunità che riabitano” — cooperative di comunità, reti civiche, esperimenti di economia fondamentale, migrazioni verticali — non si oppongono alla società moderna, ma ne reinterpretano il progetto democratico in chiave territoriale, rigenerando i beni comuni e riscrivendo le infrastrutture della cittadinanza. Nei margini, nelle aree interne e montane, così come nell’Italia di Mezzo, emergono collettivi che coniugano mutualismo e innovazione, appartenenza e apertura, cura e lavoro. Riabitare l’Italia significa dunque sperimentare nuove alleanze tra istituzioni, cittadini e territori, fondando una “modernità situata” capace di connettere scala locale e globale, pubblico e civile, economico e sociale. In questa prospettiva, le comunità non sono residui del passato, ma “dispositivi di futuro”, laboratori di una nuova economia morale e politica dei luoghi.
Filippo Barbera