Enrico Giorgiutti

Lo zaino azzurro


Lo zaino era appoggiato accanto al cassonetto, tra una scatola di scarpe e un ombrello piegato a metà. A prima vista non sembrava niente di speciale: stoffa azzurra un po’ scolorita, cerniere arrugginite, una toppa con il disegno di una montagna. Ma qualcosa, in quell’oggetto abbandonato, attirò subito l’attenzione di Marta.

Era una mattina di ottobre, l’aria tagliente e le foglie bagnate di pioggia. Marta aveva appena accompagnato sua figlia a scuola e si era fermata un attimo per tirare fuori il telefono dalla borsa, quando lo vide. Lo prese in mano con circospezione, il peso la sorprese: dentro c’era qualcosa.

La curiosità vinse il buon senso. Lo portò a casa, lo poggiò sul tavolo della cucina e, dopo un momento di esitazione, lo aprì.

Dentro c’era un quaderno, una borraccia di metallo graffiata, un portafoglio vuoto e un mazzo di chiavi legato a un portachiavi con una lettera incisa: “G”. Sul quaderno, la copertina era nera, rigida, con delle parole scritte a penna:

“Itinerario per ritrovare casa.”

Marta sorrise. Forse era di uno studente di geografia, o di un ragazzo in viaggio. Ma quando lo aprì, il sorriso le si spense sulle labbra.

Le pagine erano piene di annotazioni in una grafia incerta, e ogni pagina aveva un titolo come Tappa 1 – Il ponte, Tappa 2 – Il vecchio albero, Tappa 3 – La casa col muro rosso.

Accanto ai titoli, descrizioni dettagliate, quasi poetiche, e a volte piccoli disegni: un sentiero, una staccionata, la sagoma di un cane.

Ma la cosa che più la colpì fu una frase ripetuta più volte:

“Non dimenticare chi sei.”

Più leggeva, più cresceva la sensazione di sfogliare qualcosa di intimo, di fragile. Non era un diario di viaggio, ma una sorta di mappa della memoria.

Alla fine del quaderno trovò una foto: un uomo anziano, con lo stesso zaino in spalla, davanti a un sentiero di montagna. Dietro la foto, una scritta:

“Monte Piana, ultimo ricordo di casa.”

Marta restò immobile. Conosceva quel posto. Era a un’ora da lì, una vecchia località dove da bambina andava in gita con suo padre.

Doveva restituire lo zaino, certo. Ma a chi?

Passò la giornata a cercare indizi. Il portafoglio non aveva né soldi, né documenti. Le chiavi, semplici, tutte simili. Nessun nome, nessun indirizzo.

Alla sera, guardando la foto, decise: sarebbe salita al Monte Piana il giorno dopo.

La mattina successiva, l’aria di montagna la accolse con un odore di resina e terra umida. Il sentiero era quasi deserto. Aveva lo zaino sulle spalle, con dentro il quaderno e la foto.

Alla Tappa 1 – Il ponte: trovò davvero un piccolo ponte di legno sul torrente. Sul parapetto, qualcuno aveva inciso una G.

Alla Tappa 2 – Il vecchio albero: un faggio contorto con un ramo spezzato.

Era tutto lì, come nelle pagine.

Poi arrivò alla Tappa 3 – La casa col muro rosso.

Era una baita, semi abbandonata, ma ancora in piedi. La porta era socchiusa.

Dentro, l’odore di legno e polvere. Su un tavolo, una tazza e un giornale vecchio di mesi. E in un angolo, una cornice con una foto: lo stesso uomo, ma più giovane, accanto a una donna e a un bambino. Sul retro della foto, la scritta:

“Per quando non mi ricorderò più.”

Marta capì. Il quaderno, le tappe, il messaggio: tutto era stato scritto da qualcuno che stava perdendo la memoria. Forse un uomo malato, che aveva cercato di lasciare tracce di sé per ritrovarsi.

Sedette su una sedia e aprì il quaderno a metà. In una pagina c’era scritto:

“Quando arrivi qui, se non ricordi più il tuo nome, apri lo zaino.

Dentro troverai chi sei.”

Lo zaino. Il suo zaino. Quello che lei aveva trovato vicino al cassonetto.

Ma allora… dov’era lui?

Uscì e guardò intorno. Il vento soffiava tra gli alberi. Poi, dietro la curva del sentiero, vide una figura. Un uomo, anziano, con passo incerto, veniva verso di lei. Indossava un cappotto troppo grande e teneva le mani in tasca.

Quando la vide, si fermò.

— Mi scusi… — disse. — Ha visto, per caso, uno zaino azzurro?

Marta sentì un brivido.

— Sì, l’ho trovato. È suo?

L’uomo annuì piano.

— L’avevo lasciato giù al paese. Poi… non ricordavo più dove.

Glielo porse con delicatezza. Lui lo prese come si prende una cosa viva, lo accarezzò.

— È lo zaino che mi ha regalato mia moglie, prima che… — fece un gesto vago. — Dentro c’è tutta la mia testa, credo.

Rimasero in silenzio. Marta lo accompagnò fino alla baita, lo aiutò a sedersi. Lui aprì il quaderno, lo sfogliò lentamente, come si accarezza un cane affezionato.

— Ogni tanto me ne vado, sa? — disse. — E allora lo zaino mi riporta indietro. Ma questa volta… pensavo di aver perso anche quello.

Le sorrise, e in quel sorriso c’era una gratitudine che non aveva bisogno di parole.

Quando Marta tornò a casa, il sole calava dietro le montagne. Lo zaino, ora, le sembrava diverso. Non era più un oggetto trovato per caso, ma un contenitore di ricordi, una casa portatile per chi rischia di perdersi.

Quella notte, prese il suo vecchio zaino da viaggio e ci mise dentro qualcosa: una foto, un biglietto, una lettera per sua figlia.

“Per quando non ti ricorderai di me”, scrisse.

Poi lo chiuse, e lo mise nell’armadio.

Perché, pensò, prima o poi, ognuno di noi ha bisogno di uno zaino che lo riporti a casa.