Filippo Fogarin

Lo zaino rosso


Mi presento, sono lo zaino rosso dei volontari della Croce Rossa.

Precisamente lo zaino del SUEM, raggiungibile chiamando l’118.

In spalla ai volontari sono il primo a scendere e l’ultimo a salire in ogni servizio dell’ambulanza. Loro si alternano tra i turni di mattina, pomeriggio e notte. Io invece sono sempre presente, passando di mano in mano, di spalla in spalla. 

Peso circa 8kg. All’inizio di ogni turno vengo controllato se ho tutto.

Esco con ogni codice: verde, giallo, rosso. 

In un solo turno passo da un seminterrato ad un attico, da un ristorante alla mensa per poveri, da una villa a una roulotte, dal carcere alla discoteca, tra mondi che non si sfiorano. 

Visito le case di riposo, dove gli anziani giacciono sommersi dal silenzio. 

Viaggio nelle pieghe nascoste della società nella quale tu vivi. 

Entro ed esco dalle case e dalle vite delle persone, in un movimento continuo: lo stesso movimento della vita. 


Mi impregno degli odori delle case chiuse, dei vestiti non lavati, della polvere.

Conosco l’odore della miseria respirata nei bagni della stazione, dove la dignità è stata oltrepassata. 

Poi ci sono gli odori inaspettati, sconosciuti: profumi di spezie e di cibi esotici, quelli rassicuranti della vita domestica, delle buone maniere, delle candele accese.

Ma poteva capitare di varcare le soglie di abitazioni e avvertire l’odore del vizio, del lusso, dell’abbondanza.


Per protocollo devo stare sempre vicino al paziente in qualunque luogo e situazione, dall’inizio dell’intervento fino all’arrivo in ospedale. 

Devo restare sempre vicino alla vita, spesso nel suo stato più autentico e fragile. 

Vicino alla vita nuda, che trema e che si agita. Sempre tenace e ostinata.

Divento sempre testimone improvviso di attimi spesso drammatici e intensi.

 

Nei codici rossi vengo spesso gettato a terra, aperto e svuotato. 

Una sera mi ritrovai sul pavimento di una camera matrimoniale, accanto a scatole di farmaci scaduti e flaconi vuoti di detersivo.

All’improvviso sentii addosso schizzi neri di vomito. I volontari avevano preso i cinque sacchetti dalla mia tasca laterale, ma non bastavano a contenere il liquido che l’uomo, steso a letto, vomitava mentre il medico gli infilava nella bocca e nel naso due sondini d’aspirazione lunghi, alternandoli velocemente. 

Aveva ingerito di tutto, mescolandolo in un grande bicchiere. 

Eppure, io guardavo la moglie, che per fortuna era rientrata prima: restava appoggiata alla porta, impotente. 

Era lì come una lettera spedita e mai aperta. 


Nei codici verdi, invece potevo essere appoggiato. 

Una sera di primavera mi trovai vicino alle gambe metalliche di una panchina rossa, in un parco pubblico. Una grande siepe di lauro lo separava dai rumori della città. 

L’erba, da poco tagliata, mi si appiccicò addosso.

Vidi cadere un foglio. Riportava il nome di una ragazza di 23 anni, polacca, sieropositiva all’HIV. 

Si alzò dalla panchina. Era alta, bionda, bellissima. In un vestito aderente. Con un seno vertiginoso. 

Si inginocchiò per raccogliere il foglio e consegnarlo ai volontari. 

Rifiutò ogni controllo. 

Io restai chiuso. 

Se ne andò per il vialetto del parco, con la testa bassa, come tutte.

Per tornare invisibile, come tutte.

E dietro quella siepe di lauro, che da tanta parte, per lei non c’erano interminati spazi né nuovi orizzonti.

Da questa parte, invece c’era il dolore che nessuno voleva guardare: il dolore di una ragazza di 23 anni.


L’erba, alta e umida, mi si appiccicò addosso anche una notte di inverno, accanto ad una vigna. L’auto era volata fuori dalla strada, saltando il fosso, fermandosi nel campo. 

Le luci colorate dell’ambulanza, dell’auto medica, dei carabinieri e dei vigili del fuoco, si scagliavano contro di me, ma anche contro il lenzuolo bianco che copriva il corpo di una ragazza. I volontari l’avevano trasportato lontano dall’auto.

Io restai chiuso, non servivo. L’anima era già volata via da un po'. 

Sono abituato a incontrare la morte di persone anziane. 

Ma la morte improvvisa di una giovane, di una figlia, è un abisso.


Nelle case di riposo invece, la morte arrivava spesso poco prima di me. 

Ma quella notte fui gettato a terra, nell’ampio ingresso, vuoto e illuminato. 

Mi aprirono per prendere il necessario per praticare il massaggio cardiaco.

Alla prima compressione sentii uno scrocchio. 

Un suono che non si dimentica. 

Avrei voluto chiedere perdono a quell’uomo, ma perdono per cosa? 

Perché i volontari gli avevano rotto una costola? 

O perché era morto lontano dai suoi familiari? 

Non lo sapevo. 

Il medico decretò il decesso. 

Ricomposero tutto al mio interno e mi chiusero. 

Per la seconda volta avrei voluto chiedere perdono. 

Ma perdono per cosa? 

Forse perché avrebbe voluto dire delle parole. 

O perché morire nell’atrio di una casa di riposo non è naturale. 

O forse perché morire non è mai naturale.

Ancora non lo sapevo.

Tornando, il volontario alla guida comunicò via radio il codice 24, il numero che indica il decesso. 

Spensero le luci.

Nell’ambulanza, insieme al buio calò anche il silenzio. 

Fuori, la città continuava a scorrere ignara.

Nei codici 24 non mi sentivo utile. 

Nei codici 24 mi sentivo solo testimone.

Forse la cosa più innaturale era proprio morire da soli, con accanto uno zaino rosso. 


Una sera mi appoggiarono a qualcosa di disgustoso, di non immaginabile.  

Nelle case degli accumulatori compulsivi urtavo di tutto. C’era sempre un caos di oggetti avvolti da uno strato di polvere bianca e da ragnatele.  Un caos stratificato nel tempo.

Sembrava di stare dentro un container per rifiuti ingombranti.

Quella sera mi trovai in un bagno a fianco a 4/5 secchi colmi di urina. 

La signora accumulava anche quella. 

La fragilità invisibile della mente gridava il suo aiuto con la volontà insensata di accumulare. 

Quella sera, il volto dei volontari ricordava l’autoritratto di Rembrandt con occhi spalancati, che guardano il mondo. 

Quella ruota di bicicletta, sopra a quel divano consumato in quel mini appartamento in centro, non compresi che cosa facesse. 

Mi misero lì accanto perché c’era sangue dovunque, nel pavimento, nelle lenzuola, tra le gambe della ragazza che balbettava qualcosa di incomprensibile. 

L’altra donna si muoveva lenta. 

Intravvidi il medico in bagno, chino sulla vasca. 

Uscì con guanti doppi sporchi di sangue e con la morte in faccia. 

Si raccomandò con i volontari di non entrare. 

Poi osservai di nuovo la ruota a fianco a me e compresi 

perché notai che gli mancava un raggio. 


Mi chiedo cosa spinge una persona a portarmi in spalla di giorno e di notte, togliendo tempo alla famiglia e al lavoro. Svolgere lunghi corsi per studiare tutto ciò che porto al mio interno. Per poi affrontare interventi violenti e crudi.

È vero che raramente si affrontano situazioni che fanno sorridere: una suora anziana, seduta nel suo letto, vedendo entrare tre volontari esclamò: “Madonna aiutami, tre uomini in camera mia”. 

Oppure interventi che confortano: quando vedo i volontari, che praticando il massaggio cardiaco, sentono improvvisamente sotto le loro mani il cuore riprendere a battere, il loro volto mi appare uscito da un quadro di Vermeer.

Ma io i volontari li ascolto quando hanno addosso la divisa. Loro come te, vivono in un mondo fatto di regole e di impegni. Vivono nel mondo razionale di Cartesio. E desiderano evadere e entrare, anche solo per una notte, nel mondo di Don Chisciotte fatto di avventure, necessarie all’anima, o come la si voglia chiamare, quell’entità che sentite agitarsi dentro di voi. 

E il male e il dolore diventano mulini a vento da sconfiggere. 


Ma io sono uno zaino rosso che pesa 8kg da pieno, 1.5kg da vuoto, e il mistero della vita lo vedo solo scorrere, lascandomi un senso di incompiuto.

Ma forse è la vita stessa che è incompiuta e misteriosa. 

Forse è la vita stessa che non può essere separata dal dolore e dalla morte, che avanzano, proprio come avanzano negli occhi di Vincent van Gogh nei suoi autoritratti.

E la vita è l’unica cosa che realmente hai.