Marco Verduci
Leggero, finalmente
Abbandonandosi ad un mare non troppo rassicurante, in una plumbea giornata ottobrina dai colori quasi spettrali, lo scafo della nave aveva appena mollato le bitte di ormeggio del porto di Genova e si apprestava a lasciare che la Lanterna, da faro più alto del Mediterraneo, divenisse man mano più piccola, sino a scomparire dalla vista di qualsiasi occhio umano.
Era iniziato così il mio viaggio verso l’Africa. Ancora cinquantasei ore di navigazione ed avrei visto le luci di Tangeri. Nella stiva, funi tanto rassicuranti quanto intrise di gasolio e odor di salso tenevano legato al ferro e al vento il vecchio bicilindrico, carico del mio mondo arrotolato in tela cerata. Sottocoperta avevo portato solo il mio vecchio zaino, un Deuter che migliori fasti aveva vissuto, di un verde ormai sbiadito, con l’estremità superiore strozzata da due cordicelle strette tra loro, in una sorta di nodo gordiano, per assicurare passaporto, portafoglio, una pochette con tre soldi di provvista, una mappa stradale ed il sempre presente Moleskine che è quasi un amuleto per lunghi viaggi.
Nonostante l’emozione di posare per la prima volta le ruote sul suolo della Madre Africa, nutrivo una malcelata noncuranza nei confronti dell’itinerario che minuziosamente avevo preparato nei mesi precedenti. La vibrante Marrakech, la labirintica Meknes, tutte queste meraviglie, è vero, mi stimolavano, ma nulla mi faceva trepidare quanto la “Terra di nessuno”, la “No man’s land”, quella lingua di tre chilometri che separa il Marocco dalla Mauritania. Anelavo di assaporare questo angolo di mondo perennemente conteso tra due Paesi e non appartenente a nessuno, con quei resti di auto abbandonate a far sfondo ad uno scenario apocalittico. Avevo già fatto i conti con le ritrosie di quelli che non si erano trattenuti dal cercare di distogliermi dall’idea. Taluni poi non avevano esitato dal ricordarmi della pericolosità del famigerato Fronte Polisario, un movimento che rivendica l’indipendenza del Sahara Occidentale. A loro parere, questo gruppo di guerriglieri arabo-berberi mi avrebbe sicuramente rapito e deportato nel vicino Mali.
Ma io bramavo di immergermi in pieno mondo arabo ed ascoltare il suono del silenzio del Sahara.
Cullato dai miei dilemmi e dalle mie antinomie, mi ero addormentato con lo zaino ancorato ad una spalla, beccheggiando, schiacciato tra una parete e l’altra del corridoio di servizio del ponte numero tre.
Alla fine apparve Tangeri.
Filante come un fuso, sospinto dai venti dell’Atlantico, avevo ammirato la fierezza delle fortificazioni di Essaouira, la magia dei suoi banchi dei pescatori dove pesci di ogni guisa, orfani del mare, saltavano su tavolacci colorati, avevo visto la luce accecante dell’alba di Tarfaya, quella stessa luce che forse diede a Saint-Exupery l'ispirazione per il suo “Piccolo Principe”.
Ogni sera e ogni mattina, con la ritualità di una danza Sufi, piantavo e ripiegavo la mia tenda, cercando di volta in volta un riparo sicuro dove poter trascorrere la notte. Alla fine della giornata tiravo fuori dal prezioso zaino una torcia per illuminare le pagine del mio diario di bordo sulle quali scrivere questi miei racconti che farebbero sbadigliare anche i muri.
Raggiunsi dunque Dakhla ove un’effige di Re Mohammed VI del Marocco sovrasta il portale di ingresso della città e ti proietta nel Sahara Occidentale. Oltre quella porta si va verso la “Terra di nessuno”.
Ma se Dakhla rassicura e galvanizza, con i suoi surfisti e le sue feste multietniche al tramonto, è Bir Gandouz ad intimorirti, cingendoti d’assedio con i suoi echi del nulla che generano impotenza.
Dune di sabbie infuocate, intagliate da torridi Harmattan, facevano da sfondo a villaggi isolati ed io fluttuavo in questo crogiuolo di etnie, conflitti e contraddizioni.
Inaspettatamente a far tendere ogni singola vena delle mie braccia fu il violento sbandare del posteriore, tanto che persi un paio di bagagli per lo strattone. Tirai la frizione e scalai subito un paio di marce, portandomi a bordo strada con una brusca decelerazione.
Avevo appena forato a quattromila e cinquecento chilometri da casa!
C’è solo una cosa al mondo, in assoluto su tutte, che è la massima espressione di democrazia: un chiodo sull’asfalto. Il chiodo non è classista, non fa differenza di genere, non parteggia per il lusso o per l’essenziale, fora indiscriminatamente qualunque pneumatico si imbatta sul suo cammino.
Decisi che avrei pensato a quel buco democratico alle prime luci dell’indomani.
Avevo a stento iniziato ad allestire la “zona notte” quando fui raggiunto dallo scintillio dei proiettori di un camion mauritano stracarico alla maniera africana, trasformato in una torre di mercanzie. Balzarono giù cinque individui avvoltolati nei loro tagelmust sgargianti. Iniziarono a ciarlare tutti insieme e a gonfiare i loro polmoni con risate beffarde.
Nel caos totale solo una cosa era chiara: mi trovavo nella “Terra di nessuno”, al calar della sera, circondato da cinque sconosciuti animati chissà da quali intenzioni. Ero praticamente nudo. Per prudenza non feci menzione della foratura.
Dopo un piccolo conciliabolo, decisero anche loro di fermarsi per la notte. Il sole calò e con lui anche la temperatura. I mauri accesero un gran falò attorno al quale improvvisarono un banchetto con vivande che continuavano a sbucare fuori dalla stiva. Uno di loro andò nel cassone e ritornò con una enorme shisha. Il pregio della shisha è quello di non aspirare direttamente il fumo, quindi, anche se con una certa ritrosia, mi unii ad enormi boccate di ciò che speravo fosse solo tabacco aromatizzato. Fu una notte di Pleiadi. La luce delle stelle faceva rifulgere denti superstiti in bocche sdentate ed io osservavo, un po’ intimorito, quei dieci bulbi oculari color avorio roteare nella notte nera, rapiti dal ritmo incalzante dei tamburi. Forse stordito dal fumo o dai tamburi, caddi in un torpore avvolgente. Fu Il freddo dell’alba a darmi la sveglia. Tirai fuori il capo dalla tenda e con grande stupore mi accorsi che il convoglio dei mauri era ripartito. Barcollando mi misi in piedi e con un giro d’orizzonte feci un rapido controllo dei miei oggetti. Lo zaino non c’era più!
Urlai illudendomi che qualcuno potesse sentirmi: “maledetti ladri, maledetti ovunque voi siate!”
Con la furia di chi sa che il tempo scivola via ad ogni battito di cuore, mi misi a girare intorno alla tenda senza neanche capire cosa stessi facendo.
Fu quando la luce della speranza si era completamente affievolita che lo intravidi abbandonato nella sabbia. Ansimante mi precipitai a riabbracciarlo. Lo sollevai da terra e con una mano ripulii la fuliggine che lo aveva completamente imbrattato. Sembrava vuoto. “I documenti, i soldi, le mie cose... stupido, stupido, stupido me a fidarmi di quella gente, avrei dovuto almeno tenerlo in spalla e soprattutto non avrei dovuto fumare”. In preda al panico, con le mani che si muovevano come farfalle impazzite nel buio, strappai il nodo che lo strozzava e rovesciai per terra tutto il contenuto.
Con le dita tremolanti mi affrettai dapprima a contare le banconote, che faticavano a scorrere per l’ansia, poi mi concentrai sul resto. Stranamente non mancava nulla.
Per quale bizzarro sortilegio, allora, lo zaino si era alleggerito a quel modo? Mi rannicchiai in una Padmasana, nel buio della mia mente.
Poi, col fulgore del lampo, fu la luce della ragione!
Quello zaino si era liberato dal tremendo fardello del pregiudizio, dal macigno della diffidenza, della paura del diverso. Cinque sconosciuti mi avevano accolto tra loro e non mi avevano fatto del male. Il peso era dentro di me, ero io col mio visus limitato.
Quando mi avvicinai alla motocicletta mi accorsi che i mauri, prima di andare via, avevano riparato la foratura.
Per un istante provai vergogna.
Il sole era già alto e quel deserto che mi aveva lasciato vivere mi stava richiamando. Oltre il giudizio, con uno zaino carico di umanità, ero pronto a ripartire.
Soffiava un vento di speranza quel giorno.