Mario Zennaro
La casa di tela
Allora, guarda, non sono esattamente quello che chiameresti un oggetto di lusso, anzi, se mi vedessi per strada probabilmente cambieresti marciapiede pure tu, fermati se hai cinque minuti, ti racconto come si vede il mondo da qui sotto, dalle spalle di un uomo che tutti chiamano invisibile ma che per me è tutto l'universo. All'inizio ero diverso, sai? Ero quel blu elettrico spaziale che vedi nelle vetrine dei negozi fighi, tutto rigido, con le cerniere che facevano quel rumore pulito, e l'odore di fabbrica che ti fa sentire importante. Pensavo che sarei finito sulle spalle di qualche tizio che va a fare trekking in Trentino o in mano a uno studente universitario con troppi libri e poca voglia di studiare, invece in un pomeriggio di pioggia è arrivato Pietro. Aveva le mani tutte rovinate, la faccia che sembrava una mappa di strade che non portano da nessuna parte e un pugno di spiccioli che puzzavano di tabacco e di vita difficile. Mi ha comprato e da quel secondo non mi ha più mollato. La mia vita è diventata una specie di trasloco che non finisce mai e il mio bel blu è diventato un grigio sporco che non saprei neanche descrivere, una cosa che sa di polvere, smog e asfalto bagnato. Dentro di me porto roba che per te sarebbe spazzatura ma che per lui è il tesoro di un pirata: c’è una coperta che ha visto tempi migliori, dei calzini che non si asciugano mai e che mi fanno venire il solletico quando li mette dentro umidi, una torcia scassata e quell’album di foto che è la cosa più preziosa che abbiamo, perché ogni sera lui lo tira fuori e lo accarezza, come se fosse fatto di cristallo, prima di addormentarsi usandomi come cuscino. Ecco, quella è la parte che preferisco, sentire il peso della sua testa su di me, sentire i suoi pensieri che diventano sogni pesanti, anche se a volte sono incubi e allora sento che trema e vorrei avere le braccia per abbracciarlo io, invece di farmi solo stringere da lui. Ne abbiamo viste di cotte e di crude, tipo quella volta assurda del "Gran Galà dei Piccioni". Eravamo vicino al teatro, Pietro aveva recuperato un cappello a cilindro nero da un cassonetto, un pezzo di storia tutto impolverato, e se l’era messo in testa come fosse un re. È arrivata una signora tutta impellicciata che sembrava uscita da un film degli anni '50 e ha iniziato a cantarci poesie in francese come se fossimo su un palco. Io ero lì per terra, usato come tavolino per la sua tazzina di caffè, e a un certo punto è scoppiato il delirio perché Pietro aveva delle briciole di cornetto nella mia tasca laterale e un esercito di piccioni ci è piombato addosso. Sembravamo una scultura di pennuti e stracci, e la tipa invece di spaventarsi ha iniziato ad applaudire urlando "Magnifique!", lasciando pure dieci euro nella giacca di Pietro. Quel giorno abbiamo mangiato caldo e lui mi ha dato una pacca sulla fibbia che mi ha fatto sentire il re del mondo. Però non è sempre una festa, anzi. La pioggia è uno
schifo, mi entra nelle cuciture, cerca di bagnarmi il cuore di carta che porto dentro e io cerco di stringere i denti di metallo per non far passare un goccio d'acqua, ma a volte mi sento un fallito perché sono vecchio e logoro pure io. Ho paura che prima o poi una delle mie bretelle decida che ne ha abbastanza e si spezzi, e allora che succede? Chi lo tiene insieme Pietro se io crollo? Chi gli ricorda che ha ancora una casa, anche se fatta di tela e cerniere? Ma poi ogni mattina lui si alza, mi dà una ripulita veloce con la mano, infila le braccia nelle mie cinghie e sento quel "clic" della fibbia sul petto che vuol dire "andiamo, non è ancora finita". E allora mi sento di nuovo forte, pronto a prendermi tutto lo smog della città pur di non lasciarlo solo, perché finché camminiamo noi due, il viaggio continua.