Sofia Shani Maguolo

Il peso del mio zaino


Lo osservavo, appoggiato contro la parete scrostata della stazione, sembrava respirare insieme a me, come se avesse un cuore cucito tra le cuciture consumate. Era di tela verde oliva, con una fibbia rotta che non avevo mai avuto il coraggio di sostituire. Portava addosso le macchie di pioggia, polvere, caffè versato in fretta e sogni che avevano cambiato forma troppe volte per essere ancora riconoscibili. Dentro quello zaino c’era tutto ciò che avevo scelto di non lasciare indietro — e molto di più di quanto fossi pronta ad ammettere. 

Mentre il tabellone degli arrivi lampeggiava ritardi e partenze cancellate, capii che lo zaino era diventato il mio specchio. Ogni oggetto al suo interno era una parola non detta, una promessa mantenuta a metà, una paura avvolta con cura per non occupare troppo spazio.  

L'avevo ricevuto in regalo il giorno del mio tredicesimo compleanno. Mio padre me lo porse senza troppe cerimonie, come se stesse passandomi un attrezzo da lavoro. 

«Serve a portare le cose importanti» disse. 

Non spiegò quali fossero, e io non glielo chiesi. In casa nostra le domande inutili restavano sospese nell’aria come polvere che nessuno aveva voglia di spazzare. A quel tempo lo zaino era nuovo, rigido, con l’odore di fabbrica e la promessa silenziosa di strade sconosciute ancora da percorrere. 

Il primo oggetto che ci misi dentro fu un quaderno a righe con la copertina rossa. Non per la scuola, ma per me. Scrivevo di notte, quando il mondo dormiva quel tanto che bastava per non giudicarmi. Riempivo le pagine di pensieri confusi, rabbia senza destinatario, sogni che non avevano il coraggio di esistere durante il giorno. 

Col tempo lo zaino iniziò a riempirsi di oggetti inutili. Biglietti di autobus scaduti, scontrini di pasti mangiati da McDonald, penne senza inchiostro. Li tenevo perché raccontavano una storia, perché buttare via qualcosa mi sembrava un tradimento. 

C’era anche una maglietta arrotolata, appartenuta a qualcuno che decise di non far più parte della mia vita. L’avevo “dimenticata” lì dentro apposta, come se lo zaino potesse conservarne l’odore, la voce, la possibilità di un ritorno.

Camminavo molto a quel tempo. Camminare mi dava l’illusione di andare avanti, anche quando in realtà stavo girando in tondo. Il mio zaino diventava sempre più pesante, ma mi dicevo che era normale. Dopotutto crescere pesa, pensavo. Vivere pesa.  Non mi chiedevo mai se tutto quel peso fosse davvero necessario. 

La prima vera partenza arrivò all'improvviso quando una mattina mi svegliai con la sensazione netta che restare fosse diventato più doloroso che partire. Preparai lo zaino in silenzio, scegliendo con attenzione cosa portare e cosa lasciare. In realtà, aggiunsi solo altri strati sopra ciò che già c’era. Vestiti, libri, un caricabatterie, una fotografia piegata mille volte. Lo zaino si gonfiò come un respiro trattenuto troppo a lungo. 

Sul treno, lo tenni sulle ginocchia. Non volevo metterlo nella cappelliera, lontano da me. Avevo paura che qualcuno lo aprisse, che vedesse l`ordinatissimo caos che avevo costruito dentro. 

Ora dopo tanti anni lo riconosco, lo zaino non mi serviva a trasportare cose. Serviva a darmi una scusa per non lasciare andare. 

Quante persone incontrai in quei giorni lontani. Entravano e uscivano dalla mia vita come stazioni di passaggio. Alcune lasciando tracce leggere, altre invece segni profondi. Chi mi insegnò a ridere, chi a tacere, chi a sopravvivere. 

Per ogni città che visitavo aggiungevo qualcosa allo zaino; una pietra liscia e fredda dalla spiaggia di Dubrovnik, un libro di poesie di Prevért comprato a Marsiglia da un venditore ambulante, un amuleto a forma di occhio rubato da un mercato di Istanbul. 

Ricordo bene quel giorno di settembre, a Lisbona, quando percorrendo una delle sue strade in salita sentii un colpo secco; la fibbia del mio zaino si ruppe e cadde tutto a terra. 

Mi inginocchiai, circondato da ciò che avevo portato con me per anni: quaderni, vestiti, oggetti senza nome. Guardandoli sparsi davanti a me, provai una vergogna profonda, come se qualcuno avesse appena letto il mio diario ad alta voce.

Rimasi lì a lungo, incapace di rimettere tutto a posto e, per la prima volta, mi chiesi cosa sarebbe successo se avessi lasciato qualcosa indietro. 

Con dolore ed esitazione presi in mano il quaderno a righe che per primo, anni addietro, avevo depositato nello zaino e lo aprii a una pagina a caso. Lessi parole che non riconoscevo più, rabbia che non mi apparteneva, paure che avevo superato senza accorgermene.

Lo richiusi e lo lasciai lì per terra. 

Quella sera, in una piccola stanza presa in affitto, svuotai lo zaino sul letto. Questa volta senza vergogna ma con consapevolezza. Uno per uno, iniziai a scegliere. Ogni oggetto lasciato era un respiro più profondo, una schiena un po’ più dritta. Lo zaino diventò più leggero, e io con lui.

Il giorno seguente, sulla via verso casa, il peso sulle spalle era cambiato. Non era sparito, ma era diventato sopportabile. Reale. Ogni oggetto rimasto aveva un senso. Ogni spazio vuoto era una possibilità, un invito a qualcosa di nuovo, un incontro, un’idea, una versione diversa di me stessa. 

Camminavo più leggera, ma non in maniera superficiale. Avevo imparato che profondità non significava accumulo e, a quel punto, non avevo più bisogno di portare tutto con me per sentirmi intera. 

Ora lo zaino è di nuovo appoggiato contro una parete, in una stazione diversa. 

Un bambino passa correndo, inciampa, e lo zaino cade. Si apre. Ne esce ben poco: una borraccia, un quaderno quasi vuoto, una maglietta pulita. Niente di più. 

Raccolgo tutto con calma. Il bambino mi guarda e chiede se è mio. 

Annuisco. 

«È leggero», dice. 

Sorrido e rispondo: “Si, solo il necessario”, consapevole ormai del fatto che non posso andare lontano se continuo a portare tutto ciò che sono stata e che la parola crescere richiede vuoti, spazi e il coraggio di posare a terra una parte di sé.